01 Giugno 2017

ICONE DEL DESIGN: Paola Navone, l'intervista per WWTS LIFE

WWTS LIFE

Cosa significa per Lei essere una star del design?

Il mestiere del designer è quello di dare una forma agli oggetti della vita di tutti i giorni. Dal cucchiaio alla lavatrice. Ci sono infiniti modi di immaginare la forma delle cose, il mio modo ha a che fare con la semplicità e con l’imperfezione delle cose. Quando mi capita di ritrovare in case diverse lo stesso oggetto, mescolato alle cose come se fosse lì da sempre, mi dico: “ecco, questo è un bellissimo oggetto di design”.  

Quali sono i maestri ai quali ha fatto riferimento nel  corso della Sua carriera?

Studiavo architettura a Torino ma ero attratta da tutto ciò che di creativo accadeva in giro per il mondo. Erano anni di grande energia e ovunque c’erano giovani architetti che coltivavano il desiderio di rivoluzionare il mondo della progettazione. 

Inaspettatamente alla fine degli anni Settanta  Alessandro Mendini, che aveva letto la mia tesi, mi chiamò alla redazione milanese di Domus. Con lui ho conosciuto Alessandro Guerriero l’uomo più disinibito del mondo, un catalizzatore di talenti. Stavano fondando lo studio Alchimia e dentro c’erano tutti.  Da Ettore Sottsass ad Andrea Branzi.  Rappresentavano il fronte antiaccademico e provocatorio del design in Italia e io fui rapita dalla loro eccitante caccia alle idee e dai loro progetti utopici e visionari. Sono stati grandi creativi e per me anche importanti maestri di vita. Insegnavano ad avere il coraggio di sperimentare, ad uscire dagli schemi. Molte istanze di quel mondo fanno ancora parte del mio modo di essere.

Interior design, architettura, idee, funzionalità, arte, Occidente e Oriente: qual è il tratto unificante di questa multiforme attività?

Sono da sempre una viaggiatrice instancabile e ho messo radici in tanti luoghi del mondo. 

Da tutti questi luoghi ho assorbito proprio come una spugna tantissime cose che in modo naturale e spontaneo vengono a galla nei miei progetti. 

Ogni volta in modo diverso e un po’ magico. Per questo ogni mio lavoro è unico. 

Poi ci sono elementi che non mancano mai nei miei progetti, come la semplicità e un pizzico di ironia. 

Qual è l’oggetto che non ha ancora progettato ma che desidererebbe progettare e qual è la parte del mondo a cui guarda con maggior interesse?

Oggi mi piacerebbe continuare a progettare interni di alberghi in giro per il mondo. Mi dà modo di raccontare la mia idea di progettazione di ospitalità temporanea legata alla semplicità e al rispetto per la tradizione dei luoghi. Mi piacerebbe moltissimo tornare per un po’ alle mie radici asiatiche – forse un po’ più lunghe delle altre – e sviluppare nuovi progetti legati all’incredibile savoir faire che è dovunque in quella parte del mondo.

Il Gruppo Rubelli rappresenta l’alta qualità del tessuto in Italia e nel mondo: come si rapporta al bidimensionale grafico del filato nella creazione delle collezioni di Dominique Kieffer by Rubelli?

Quando Niccolò Rubelli mi ha chiesto di immaginare una collezione per Kieffer è stata una bellissima sorpresa.  Si trattava di far incontrare due mondi: la magia di Rubelli costruita su un saper fare che ha radici lontane nel tempo e il mio modo eclettico e non convenzionale di pensare alle cose. Da questa strana complicità è nata una prima fantasiosa e variegata famiglia di tessuti, ispirata al mondo senza confini, capace di raccontare in modo un po’ diverso e informale la maestria artigiana di Rubelli. 

È stato il primo capitolo di una bellissima avventura che continua ad entusiasmarci.

Per Lei il tessuto è tela, oggetto o emozione?

Il tessuto è uno dei “miei” materiali. Ho una passione per i tessuti naturali qualsiasi sia il loro luogo di provenienza, dalle garze indiane ai tessuti blu dei Tuareg, ai broccati veneziani. Ho una predilezione per i tessuti che raccontano tradizioni e savoir faire ed è bellissimo riuscire a portare nel presente la magie che questi tessuti raccontano.

Tra i prodotti o le collezioni che ha realizzato per il marchio Gervasoni  qual è quello/a che preferisce?

Devo dire che mi affeziono a tutti i miei progetti a prescindere dal successo che hanno. Se dovessi parlare di un solo prodotto, sicuramente la poltrona GHOST, che oggi è parte di una grande e variegata famiglia di poltrone, divani e letti, è per me un oggetto molto speciale. È semplice e poetica. Ha un’aria informale e stropicciata che la rende subito simpatica e familiare. Racconta la mia idea di bellezza un po’ imperfetta. Poi è un oggetto trasformista che può avere tante vite semplicemente cambiando vestito. Così sta bene ovunque si trovi.

In merito alla Sua collaborazione con l’azienda Gervasoni a cosa sta lavorando attualmente  e quali ritiene siano i progetti futuri necessari a rimarcare la sua collaborazione con il marchio friulano?

Abbiamo appena presentato una nuova collezione di sedute INOUT in teak e intrecci, dal fascino esotico e naturale stiamo lavorando su una nuova famiglia di arredi e oggetti che sarà una sorpresa per la Design Week milanese. 

Ci racconta il Suo rapporto lavorativo e creativo con l’azienda Lando, per la quale ha disegnato la collezione Gingerbread e coordinato la collezione Nuova Falegnameria?

Mi piace dire che ogni mio progetto nasce dalla magia di un incontro. In questo caso l’incontro da cui sono nate le collezioni è stato con la qualità stupenda della lavorazione del legno massello che appartiene alla tradizione di Lando. Hanno preso vita oggetti dal fascino domestico eppure inatteso e magico. Poeticamente ispirati a forme del passato ma “contaminati” da dettagli e lavorazioni contemporanee.

Pubblicata su WWTS LIFE 14

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